LAURA MARLING – ONCE I WAS AN EAGLE

MI0003527831Comunque la pensiate rispetto alla sua musica, non c’e’ che da rimanere meravigliati rispetto alla precocita’ e maturita’ esibita da Laura Marling. La cantantautrice inglese di solo 23 anni ha gia’ al suo attivo 4 dischi, Alas I Cannot Swim (2008), I Speak Because I Can (2010), A Creature I Don’t Know (2011) ed ora questo Once I Was an Eagle. In ogni sua successiva pubblicazione, Laura Marling ha cercato la sua voce, passando attraverso un genere complicato come il folk rock in cui e’ facile cadere nel derivativo ed al massimo, quando va bene, si puo’ essere paragonati a Dylan o, nel suo caso, a Joni Mitchell. Ma Once I Was an Eagle e’ qualcosa di completamente diverso e questi facili accostamenti perdono completamente senso.

Trasferitasi in America per registrare il disco, Laura Marling mette insieme un disco folk della durata di oltre un ora, con ben sedici brani che in altri tempi probabilmente sarebbero stati compresi in un doppio lp. Questo suo coraggio d’altri tempi potrebbe mettere a dura prova chiunque si apprestasse ad ascoltarlo con preconcetti. Invece Once I Was an Eagle e’ un disco dalla statura gigantesca. Costruito in due parti distinte e separato da un interludio musicale, il disco ha la forza di un incantesimo dal quale e’ difficile sottrarsi una volta che ci si e’ caduti dentro.

La prima parte e’ costruita come una lunga suite e le canzoni entrano una sull’altra trasportate da arrangiamenti che vedono la presenza oltre che della chitarra acustica, di percussioni e sonorita’ di natura orientale che fanno quasi pensare che la Marling abbia ascoltato e digerito diverse volte Led Zeppelin III. Da Take the Night Off fino a Devil’s Rest in Peace, il disco cresce in intensita’ aggiungendo variazioni negli arrangiamenti fino ad esplodere nella bellissima Master Hunter. La magia e’ che questi elementi non servono a costruire un disco riflessivo e colloquiale bensi’ una tensione al limite della rabbia in cui la cantautrice esamina quella che sembra la fine di una relazione con una complessita’ certamente ammirevole data la sua eta’. Quando in Master Hunter canta “I cure my skin so nothing gets in” o “You want a woman that call your name/ It ain’t me babe” certamente dimostra quanto sia ferita.

Dopo l’interludio a meta’ del disco, si passa invece ad un piu’ ordinario repertorio di singole canzoni che, se siete “sopravvissuti” alla prima parte e’ quasi impossibile smettere di ascoltare. L’atmosfera si fa quasi piu’ rilassata e si ha quasi la sensazione che se anche il dolore persiste, almeno ci si fa i conti. Le canzoni non sono piene di speranza ma la rabbia sembra affievolersi e si ha piu’ a che fare con la difficolta’ a credere ancora in qualcosa di buono che una relazione amorosa possa portare. In Little Love Caster Laura Marling confessa “I can’t seen to say I want you to stay” e l’intera canzone dedicata al mito di Undine, la dea dell’acqua che perde la sua immortalita’ quando sposa e da un figlio all’uomo che le ha giurato fedelta’ eterna il quale disattendendo tale promessa viene condannato a non poter piu’ dormire, pena la perdita del respiro e quindi la morte, la dicono lunga sullo stato di disaffezione che Laura Marling prova verso la possibilita’ di immamorarsi di nuovo. Il disco pero’ si chiude con una piccola speranza quando in Save These Words la Marling chiude  cantando “If I choose/to love anyone/anytime sono/I save these words for you”.

La speranza che possa un giorno liberare queste parole dentro nuove canzoni, e’ un augurio che possa tornare sia ad innamorassi, ma soprattutto a continuare a raccontarci l’animo umano con album di questa portata.

Mario Cutolo

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