GRIZZLY BEAR – SHIELDS

Bastano trenta secondi  di Sleeping Ute, la traccia che introduce il nuovo album Shields dei Grizzly Bear, per capire che qualcosa e’ cambiato nel quartetto indie pop di Brooklyn. La magnifica leggerezza  di Two Weeks, quella sorta di singolo di successo estratto dal album del 2009 Veckatimest, e’ completamente scomparsa ed al suo posto troviamo un abbondanza di chitarre. Ci sono anche un po di sintetizzatori, ma e’ una cosa di cosa importanza in canzoni che vedono il gruppo avvicinarsi come non mai ad un suono che e’ più vicino concettualmente ai Led Zeppelin, piuttosto che al pop alternativo.

Shields non e’ interamente come Sleeping Ute, ma non e’ esagerato dire che e’ l’album piu’ drammatico della discografia del gruppo. Le vette raggiunte sono più alte, i riff di chitarra sono piu’ duri e la batteria di Chris Bear suona con un’immediatezza che raramente si era rilevata negli arrangiamenti da folk da camera negli album precedenti. Eppure, per quanto poco caratteristico possa sembrare per un gruppo il cui la migliore dote e’ l’attenzione ai dettagli ed alle sfumature, questo approccio più aggressivo li veste perfettamente.

Nonostante la maggiore amplificazione che caratterizza Shields comunque, l’attenzione ad una raffinata scrittura musicale rimate parte del loro canone. Con il forte riverbero nel ritornello quasi surf di Yet Again, potrebbe essere facile sorvolare sopra l’intricata melodia del pezzo e la complessa melodia. E mentre Half Gate si eleva in un potente crescendo, il gruppo si prende il tempo necessario per arrivarci costruendo una tensione che non ha altra alternativa che esplodere. Per questo, quello che e’ più rimarchevole di Shields e’ che i Grizzly Bear hanno creato un disco che guarda al futuro della loro musica senza perdere nulla del loro percorso, mantenendo una eleganza ed una grazia che pochi gruppi possono rivendicare.

Recensione di Jeff Terich per la rivista American Songwriter

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